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Presentare questo libro a Varsavia, nel Giorno della Memoria, significa offrirlo, nella città stessa della tragedia e del trauma storico che esso testimonia, in omaggio alle ragioni della libertà e della vita” sottolinea Giacomo Jori, curatore del volume “Il Ghetto di Varsavia” (Edizioni Cenobio, Lugano), tesi di laurea di Mario Lattes pubblicata ora per la prima volta, che sarà presentato domani a all’Istituto Italiano di Cultura della capitale polacca.

Oltre a Jori, interverranno anche Caterina Bottari Lattes, presidente della Fondazione Bottari Lattes che ha promosso la pubblicazione del libro e vedova dell’autore, Dario Disegni, nella duplice veste di presidente della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia e di membro del Comitato Scientifico della Fondazione Bottari Lattes, e Pietro Montorfani, rappresentante dell’editore e collaboratore scientifico dell’Archivio Storico della Città di Lugano.

Mario Lattes scrisse la sua tesi cinquantacinque anni fa, ma nel 1963 la casa editrice Einaudi, che aveva rifiutato anche la pubblicazione di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, nonostante un contratto firmato non arrivò alla pubblicazione del libro.

La tesi di Lattes, che fino a oggi è rimasta dunque inedita, costituisce il più completo e ampio saggio sul Ghetto di Varsavia scritto da un autore italiano. Lo scrittore torinese approfondì per questo lavoro le più importanti pubblicazioni internazionali sul tema, intervistò testimoni ancora in vita e condusse personali ricerche presso gli Archivi di Varsavia. “Fra gli orrori che i nazisti procurarono agli Ebrei ci fu quello di costringerli a vivere nascosti, molti si rifugiarono nelle fogne, molti, pur di salvarsi la vita, denunciarono i loro compagni di fede. Costringere un popolo a diventare lotta di uomini, nemici l’uno dell’altro, credo sia stato, tra gli orrori, l’orrore più grande”, spiega Caterina Bottari Lattes.

Un accostamento con un’altra opera sempre sul Ghetto di Varsavia sarà invece al centro dell’intervento di Dario Disegni, che ricorderà la storia dell’opera lirica composta dal Maestro Giancarlo Colombini negli anni ’60, sempre rifiutata dai teatri d’opera e finalmente rappresentata nello scorso mese di novembre al Teatro Verdi di Pisa. “Due testimonianze di grandissimo valore” osserva Disegni, “rese disponibili a oltre 50 anni dalla loro produzione, che mantengono intatto il loro significato e la loro straordinaria attualità”.

Francesca Matalon

(26 gennaio 2015)

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